LA BASILICA DEI SANTI SILVESTRO E MARTINO AI MONTI RACCONTATA DA UN MONTICIANO CON LA TECNICA DELLO STORYTELLING

Illustrare la bellezza e le meraviglie di una chiesa attraverso semplici date e nomi mi è sembrato sempre molto riduttivo. Per cui, fin dagli inizi, quando ho cominciato a raccontare ai visitatori, turisti o pellegrini, la storia e le meraviglie della Basilica dei Santi Silvestro e Martino ai Monti, ho sempre cercato di abbellire le date e le descrizioni con fatti, aneddoti o storielle più o meno credibili, per rendere il discorso più attraente e simpatico.

Questo significa che questa trattazione non vuol essere rigorosamente storica (chi cerca queste cose, lodevolmente, ha altri testi a cui attingere) ma vuol essere semplicemente un modo piacevole per spiegare a tutti le meraviglie che via via verranno illustrate passeggiando per la nostra Basilica.

(premetto anche che, nella mia fantasia, i dialoghi li ho messi quasi tutti in romanesco, anche se il Bernini era nato a Napoli, Borromini era mezzo svizzero…)

 

Quella che si presenta subito ai nostri occhi è una costruzione del IX secolo realizzata dal Papa Sergio II, nell’845, al tempo delle invasioni barbariche, per proteggere le reliquie dei martiri, portandole dalle catacombe dentro le mura della città.

Papa Sergio II (790 c.a.-847) portò qui le reliquie dei martiri custoditi nelle catacombe di Priscilla (situate sulla Salaria), con ben sette Papi.

La chiesa era molto semplice: tre navate, di cui solo la centrale importante e significativa, con 24 colonne di spoglio delle Terme di Traiano, distanti solo un centinaio di metri, con sopra 24 finestre per dare luce alla navata centrale e una cripta semicircolare per custodire le reliquie.

La data della costruzione è significativa perché appena l’anno dopo, nell’846 ci fu l’incursione a sorpresa dei Saraceni, i quali sbarcati ad Ostia, risalirono il Tevere per saccheggiare la città. Il Papa fece appena in tempo a chiudere le porte delle mura della città, salvando questa chiesa, lasciando però incustodite, fuori delle mura, S. Pietro in Vaticano e S. Paolo. (Sarà il Papa successivo, Leone IV, che costruirà nell’ 848 le mura leonine (quelle per intenderci dove si entra oggi ai musei vaticani) per mettere anche S. Pietro dentro le mura della città. S. Paolo è rimasta ancora oggi  “fuori le mura”…

Facciamo un bel salto: passiamo agli anni 1635/40: tutta Roma è in fermento in vista del grande Giubileo del 1650! Artisti come Bernini, Borromini, Pietro da Cortona e via dicendo erano tutti impegnati a trasformare Roma in barocca!!! Dai documenti del tempo risulta che almeno 30 chiese furono sottoposte a rifacimenti sontuosi: Roma era un cantiere a cielo aperto…

E i nostri fraticelli carmelitani di S. Martino ai Monti? Assistevano impotenti a tutti questi rinnovamenti, con una chiesa povera e spoglia, e soprattutto senza soldi.

Sennonché ci fu un colpo di fortuna: il Superiore Generale, P. Antonio Filippini, (1598-1657) che risiedeva in S. Martino ai Monti (i precedenti Superiori vi risiedevano solo nel periodo estivo, durante quello invernale risiedevano nella Chiesa di S. Maria in Traspontina, vicina al Vaticano), ricevette dalla sua famiglia (avevano una cava di pietra nel Lazio) una donazione di 70.000 scudi!!! che investì tutta per il restauro totale della Basilica (difficile stabilire a quanto potesse corrispondere, ma era una cifra abbastanza consistente, basti pensare che in quel periodo i frati comprarono una vigna per 200 scudi…).

Quest’opera così impegnativa gli valse la riconoscenza del Papa Urbano VIII, che lo nominò Priore a vita di S. Martino.

Comunque i soldi ormai c’erano: si trattava ora di trovare a chi affidare i lavori di ristrutturazione e di abbellimento della nostra chiesa.  E qui permettetemi di far galoppare la mia fantasia…

Il P. Filippini, volendo fare le cose in grande, si sarà rivolto al Bernini (1598-1680), il massimo esponente del Barocco in Roma, ma il tentativo fallì subito. “Quanto ciavéte?” avrà chiesto il Bernini… “70.000 scudi…” la risposta del Generale. “Io sto a lavorà cor Papa… so’ antri prezzi, me dispiace…”. “Ma almeno per qualche statua”, incalzò il P. Generale. “Vabbè, pe’ le statue ve manno un allievo…”.

E fu un ottimo regalo, perché arrivò Paolo Naldini, (1616-1691) il suo migliore allievo, a fare le 12 statue, sistemate quattro sulla controfacciata e le rimanenti nella parte superiore della navata (le due superiori della controfacciata però furono eseguite da Daniel Latre, un artista fiammingo.

Ma (sarà dipeso dai soldi?….) le statue non furono fatte di marmo ma di “stucco romano”, un impasto di calce, gesso e (facendo la grattachecca alle colonne buttate per terra, che a Roma non mancavano) polvere di marmo, che le rendeva durissime, ma leggerissime: più che la mancanza di soldi, forse la scelta fu dettata dalla grande altezza dove sarebbero state poste le statue.

A Paolo Naldini poi gli deve essere avanzato tanto “stucco romano” che decise di fare due strisciate di stucchi, su fondo oro, sopra le colonne, per tutta la lunghezza della navata: a destra venne fuori la cosiddetta “Bibbia del poveri”, immagini del Vecchio Testamento, usate per catechizzare chi non sapeva né leggere né scrivere, con quattro tondi con simboli del Vecchio Testamento (le tavole della legge, l’arpa di Davide, l’incenso del Tempio, il Dragone, simbolo del male e della schiavitù in Egitto).

A sinistra ci sono i tondi con i simboli dei quattro evangelisti (non sistemati nell’ordine tradizionale, ma forse messi in corrispondenza dei tondi del V. T.) e quindi uno si aspetterebbe immagini del Nuovo Testamento. Invece successe un fatto straordinario: mentre stavano scavando la cripta per liberarla dalla terra che si era accumulata, il terzo giorno ritrovarono la cassetta con le reliquie dei martiri delle catacombe di Priscilla, che era andata perduta.

Fu tanta la gioia del nostro Superiore per questo ritrovamento, che disse: “Fermi, ma questa è la chiesa dei Martiri!!!”, per cui volle nella strisciata a sinistra la rappresentazione degli strumenti usati per il martirio dei primi cristiani…

Paolo Naldini completò il suo lavoro (ma quanto stucco aveva preparato?…) con gli stucchi meravigliosi che adornano la cripta dei martiri, sotto il presbiterio.

Ma dobbiamo tornare al Bernini…

Visto il suo (immaginario) rifiuto, il nostro Superiore si sarà rivolto al Borromini (1599-1667): stessa scena, stessa conclusione: “Perché non viene a ristrutturare la nostra chiesa?” “Quanto ciavéte?” “70.000 scudi”. “Ma io sto a ristrutturà S. Giovanni in Laterano, la Cattedrale de Roma…”.

Niente, gira e rigira, non si trovava uno disponibile a lavorare a S. Martino. Alla fine al Superiore gli presentarono un artista un po’ strano, lo chiamavano “il bizzarro”, che non aveva fatto mai nessun lavoro di architettura, ma si divertiva a disegnare “prospettive”: quasi tutti i suoi quadri, tranne qualche rara eccezione, erano prospettive di piazze, di interni di chiese e di palazzi… i suoi amici pittori lo chiamavano addirittura per farsi fare le prospettive di alcune scene da dipingere (vedi per esempio “il carnevale di Piazza Farnese” del Sacchi). Era il pittore Filippo Gagliardi (1606-1659), detto appunto “Filippo delle prospettive” o “il bizzarro”.

Quando il P. Filippini gli chiese se fosse stato disponibile per la ristrutturazione di S. Martino per 70.000 scudi, non gli fece nemmeno terminare la frase: accettò subito!   Il Gagliardi si mise subito all’opera progettando una chiesa sontuosa, diversa da quella spoglia che gli era stata consegnata: tre misere navate con quella centrale arricchita da 24 colonne e, nel ripiano sopra le colonne, 24 finestre per dare luce alla navata centrale con una cripta semicircolare per custodire le reliquie delle catacombe di Priscilla, portate dal Papa Sergio II nell’845.

Gagliardi chiuse le 24 finestre medievali, trovandosi così a poter arricchire con la sua specialità,  le prospettive, due pareti enormi lunghe circa 40 metri e alte 6, per una superficie di circa 240 m. quadrati.

Immaginò e realizzò un grande Monastero con stanze, corridoi,… tutti disegnati in prospettiva, intervallati da sei finestroni, con rispettivi balconcini, nicchie e tondi con i Santi custoditi nella cripta.

Questo è quello che io chiamo “il Monastero che non c’è” (come “l’isola che non c’è” di Peter Pan…).

Sistemata la parte superiore si dovette dedicare alle due pareti delle navate laterali.

Per quella di destra entrò di scena nuovamente il P. Filippini: serviva un pittore di grande prestigio, e chi meglio di Nicolas Poussin (1594-1665), il più grande pittore francese del seicento a Roma, poteva servire a questo scopo?

La scena fu identica alle precedenti. “Egregio signor Poussin, perché non viene a decorare una navata della nostra Basilica di S. Martino ai Monti?”. “Quanto ciavète?”. “Beh, eravamo partiti con 70.000 scudi, mo non so bene quanti ne siano rimasti”. “Ho capito. vabbè, ve manno mi cognato…”

E così fu scelto per decorare la navata destra Gaspard Dughet, (1615-1675) detto “il Pussino”, cognato appunto del Poussin. Intendiamoci, grande artista pure lui.

 

Gli fu dato l’incarico di dipingere le storie del Profeta Elia, il fondatore morale  e ispiratore di noi carmelitani, nati sul Monte Carmelo, in Palestina, luogo principale delle gesta del grande Profeta.

Il problema fu che anche il Dughet, come il Gagliardi, aveva un suo stile particolare: il Gagliardi pitturava prospettive, lui dipingeva scene di natura, per cui si preoccupò più dell’ambiente naturale che della figura del profeta: il risultato fu che fece il Profeta Elia piccolo piccolo, immerso però in una natura lussureggiante… per queste scene scelse di ambientare queste storie nella campagna romana, così amata dal gruppo dei pittori francesi a Roma, come appunto il Poussin, il Lorrain… (quindi il profeta Elia, oltre che piccolo, diventò pure “burino”…).

Solo che a me viene un sospetto, che non dovrei dì, ma ve lo dico lo stesso…: il Dughet era anche soprannominato “il pittore delle betulle”, per cui nei suoi affreschi della campagna romana spuntano spesso e volentieri questi magnifici alberi. Ma io mi chiedo: “la campagna romana era proprio così piena de betulle??? Non è che questi, giranno per la campagna romana, trovavano pure er vino bono, per cui quanno se mettevano a dipigne, vedevano pure quello che nun c’era????

Ho provato a scartabellà manuali e studi sulla flora, anche dei secoli passati, della campagna romana: si parla di castagni, di querce, di pini…  ma di betulle manco l’ombra…. Sarà che l’hanno tagliate… (comunque un turista mi ha fatto notare che nella caldara di Manziana c’è a tutt’oggi una isoletta di betulle: sono andato subito ad informarmi: ci sono, ma sono betulle bianche, non quelle dipinte dal Dughet, e poi sono raggruppate, non sparse per tutta la campagna romana… ma, ripeto, la mia è una semplice congettura da principiante e inesperto, per cui prendetela come vi pare…)

Comunque sono 12 affreschi (altri sei stanno nella parete di fronte) veramente straordinari e meravigliosi (il Louvre l’anno passato ci ha chiesto tre riproduzioni di questi affreschi per una mostra…), affreschi che si trovano abitualmente nelle stanze e nei saloni dei grandi palazzi di Roma, ma che, con la scusa del profeta Elia, si trovano, unica eccezione, anche nella nostra Basilica, e di questo siamo grati al grande Gaspard Dughet!

Io dico ai turisti: “Pensate che siano dei finestroni: una basilica immersa nella campagna romana!”… E’ meraviglioso!

 

 

Passando all’altra parete, quella di sinistra, oltre ad altri sei affreschi del Dughet, sempre con le storie del Profeta Elia, qui Filippo Gagliardi ha voluto lasciare il segno della sua maestria, regalandoci due affreschi straordinari: la prospettiva della Basilica di S. Pietro, ma quella fatta costruire da Costantino nel IV secolo e che fu buttata giù dal Bramante nel ‘500 (per questo i romani lo soprannominarono “Mastro Ruinante”…), con la famosa pigna sul davanti e che all’interno racconta la storia di un prodigio, legato alla famiglia carmelitana: S. Angelo di Sicilia che guarisce una ossessa.

Questa prospettiva, fatta oltre un secolo e mezzo dopo la sua distruzione è chiaramente abbastanza fantasiosa, comunque somigliante ad altri disegni, soprattutto uno, conservati negli archivi. Si trova alla fine della navata sinistra, nella cappella della Madonna del Carmine.

L’altra prospettiva, all’inizio alla stessa parete, verso l’entrata della basilica, è di S. Giovanni in Laterano: questa, a differenza dell’altra, è stata realizzata mentre il Borromini la stava trasformando in quella che si ammira ancora oggi (secondo me gli ha voluto mandare un messaggio: “guarda che era più bella prima…”). Anche in questo interno si svolge una scena cara ai Carmelitani: l’incontro di S. Francesco con S. Domenico e il nostro S. Angelo di Sicilia.

 

Ma al centro di questa navata ci attende una sorpresa: un grandioso affresco del 1640, opera di Galeazzo Leoncini, pittore milanese, di cui non sono riuscito a trovare molti dati, riproducente S. Silvestro che, circondato dall’imperatore Costantino, da sua madre S. Elena e da un centinaio di Vescovi, indice una specie di Concilio preparatorio del Concilio di Nicea del 325 e un secondo Concilio in cui vengono ratificate le decisioni del Concilio di Nicea, con la condanna di Ario, Sabellio, e Vittorino di cui vengono “abbruciati” i libri. Questa storia, che fa parte degli “apocrifi Simmachiani”, dovuti cioè a Papa Simmaco nel VI secolo, ha però un fondamento storico: S. Silvestro non andò a Nicea (sembra soprattutto per la sua tarda età), ma inviò due presbiteri di Roma (Vito e Venanzio  o Bisanzio) come suoi rappresentanti e che firmarono gli atti di Nicea subito dopo il Vescovo Osio di Cordova, rappresentante dell’Imperatore e prima di tutti gli altri Vescovi, segno chiaro del riconoscimento dell’autorità della Chiesa di Roma.

Quindi si può affermare che in questa Basilica è stato preparato il Concilio di Nicea, dove si afferma che Cristo è della stessa sostanza del Padre (generato non creato) e che aveva la natura umana e divina.

 

Purtroppo la storia di questo affresco ha un finale increscioso: il pittore milanese Galeazzo Leoncini, subissato dalle critiche per questo lavoro, decise di lasciare i pennelli e si mise a fare l’oste… Modestamente io penso che le cose siano andate un po’ diversamente. Tutti i pittori lavoravano in contemporanea; questo povero Leoncini si è trovato a dipingere in mezzo a quattro capolavori del Dughet, mentre sulla controfacciata c’era un altro pittore, al suo primo lavoro a Roma, un pittore fiammingo: Jean Miel, (1599-1663) che divenne poi famosissimo entrando nel gruppo dei “Bamboccianti” (i seguaci di Pieter van Laer, anche lui pittore fiammingo, soprannominato “il bamboccio”, per la sua stazza abbastanza rotondetta…) e che fu poi chiamato a lavorare al Quirinale e soprattutto alla Reggia di Torino e alla Reggia Venaria dai Savoia. Anche questo pittore ha lasciato qui un capolavoro: “il battesimo del sultano di Damasco”.

Io penso che il Leoncini abbia capito che non era aria e che era meglio lasciar perdere di dipingere con simili dirimpettai…).

 

Comunque a questo punto si era formata una squadra di valenti artisti, soprattutto il Dughet e il Naldini, sotto la direzione di Filippo Gagliardi,  per non parlare degli artisti che stavano dipingendo le tele degli otto altari, posti sulle due navate laterali: Pietro Testa, il lucchesino, Girolamo Muziano,  G. Angelo Canini, Matteo Piccioni, Fabrizio Chiari “il Tittarella”, G. Battista Greppi, Filippo Gherardi, G. Francesco Grimaldi “il bolognese” (dovrebbe aver fatto due dei 18 affreschi di G. Dughet)… tutti valenti e noti artisti.

 

Filippo Gagliardi si accingeva a dare il tocco artistico definitivo alla navata centrale.

Per lui, fanatico delle prospettive, la navata centrale aveva un problema, un errore di prospettiva, ovviamente. Questo errore era causato dal meraviglioso soffitto donato nel ‘500 dal Cardinale S. Carlo Borromeo, Titolare della nostra Basilica, che però veniva a schiacciare la prospettiva di questa chiesa che era nata con il soffitto a capriate, con ben più ampio respiro.

Per correggere questo “errore” il Gagliardi, se fosse stato una persona normale, poteva rimediare innalzando il soffitto, ma dato che era “bizzarro” decise di abbassare il pavimento!!! col rischio di far crollare tutto. Decise di abbassarlo di 80 cm., ma né lui, né il committente, il P. Antonio Filippini, poterono realizzare questo progetto: il Filippini morì nel 1654, lasciando però nel testamento la volontà di far proseguire i lavori al Gagliardi (segno che qualcuno forse non era d’accordo). Il Gagliardi morì nel 1659, mentre l’opera fu portata a termine dal Generale Scannapieco nel 1664, lasciando però bene in evidenza lo stemma del Filippini (l’aquila bicipite) nei basamenti delle colonne.

Comunque questo lavoro “pazzesco” dette uno slancio, un’armonia, un equilibrio a questa Basilica che la rende unica: io la chiamo la Basilica con le colonne sospese, quasi che non tocchino terra per il loro slancio verso l’alto. Le basiliche con le colonne che partono da terra danno il senso della maestosità: qui no, ci troviamo davanti ad un’opera di una leggerezza e uno slancio unica e affascinante…

 

Prima di scendere nella cripta e nel Titolo di Equizio (la villa romana trasformata in chiesa nel IV secolo), concludiamo la visita della Basilica superiore accennando solamente alle tele degli artisti che abbiamo appena citato.

Partendo dalla navata destra in fondo (c’è l’ingresso posteriore della Basilica dalla parte dell’abside con una imponente scalinata settecentesca) troviamo le pale d’altare: S. Carlo Borromeo di F. Gherardi, il martirio di S. Stefano di G. Angelo Canini, S. Martino di Tours, di Fabrizio Chiari, detto il Tittarella, l’urna – reliquiario del Beato Angelo Paoli, Carmelitano “Padre dei poveri”, precursore della clownterapia (portava orchestrine, ballerini e maschere all’ospedale di S. Giovanni per allietare gli ammalati…),vissuto per oltre 30 anni in questo convento di s. Martino ai Monti e qui deceduto il 20 gennaio 1720.  Si può visitare anche la sua cameretta nel convento, con il suo lettuccio, la cappa, la porta da lui stesso pitturata…

 

Tornando ai quadri: S. Teresa d’Avila di G.B. Greppi, S. Maria Maddalena di M. Piccione ; nella controfacciata  il fonte battesimale, del 1700 (di Giuseppe Valadier?), con sopra una copia del quadro del Battesimo di Gesù di A. Cavallucci (rubato nel 1999),  e nella controfacciata, navata centrale, la statua di S. Pietro di Paolo Naldini.

Proseguendo a giro, sempre nella navata centrale abbiamo la statua di S. Paolo di Paolo Naldini; ancora nella controfacciata, nella navata di sinistra, l’affresco di Jean Miel “S. Cirillo battezza il sultano di Damasco”, e sulla parete, l’interno di S. Giovanni in Laterano di Filippo Gagliardi, la visione di S. Angelo di Sicilia di Pietro Testa, detto il lucchesino,  la nicchia con S. Antonio da Padova, l’affresco di Galeazzo Leoncini del Concilio fatto nella basilica nel 324 in preparazione al concilio di Nicea, l’urna di S. Giuseppe Tommasi di Lampedusa, Cardinale titolare della nostra Basilica con sopra la pala di S. Alberto di Sicilia di Girolamo Muziano, l’ingresso della Sagrestia, l’altare con la SS.ma Trinità e i Santi Bartolomeo e Nicola di G. Angelo Canini, l’interno dell’antica Basilica di S. Pietro in vaticano  di Filippo Gagliardi, la cappella della Madonna del Carmine, realizzata da A. De Dominicis, con ricchi marmi, l’icona della Madonna del Carmine di Girolamo Massei del 1595; i quadri delle anime del purgatorio, di S. Elia profeta e di S. Simone Stock che riceve lo Scapolare sono di Antonio Cavallucci, (1752-1795) pittore di Sermoneta, morto giovane, che chiese di essere sepolto nella “sua” cappella del Carmine. Fu aiutato e sostituito nei lavori da T. Sciacca.

In questa cappella troviamo la sintesi di tutta la spiritualità del Carmelo: L’Eucarestia, il Profeta Elia, la Madonna del Carmine ed io aggiungerei anche la testimonianza dei martiri.

 

L’Eucarestia è il cuore della vocazione al Carmelo: “al centro delle vostre celle dovete costruire una cappella per celebrare l’Eucarestia” ammonisce la Regola Carmelitana. Il “vacare Deo” trova il suo culmine nell’incontro con il Signore Gesù nell’Eucarestia. Il profeta Elia è il Capo ispiratore della famiglia carmelitana e, proprio nell’episodio della nuvoletta sul Monte Carmelo, come è riportato in questa cappella, viene legato alla figura di Maria, la Vergine Purissima, la Madre, la Sorella… L’icona di Maria con lo Scapolare sopra l’altare, e l’affresco sulla volta di S. Simone Stock che riceve lo Scapolare dalla Vergine sottolineano questo aspetto particolarissimo della Famiglia Carmelitana, che vede nello Scapolare il legame più stretto con Maria, protezione e imitazione, che ha guidato tante anime alla vetta del Carmelo.

 

(Ho aggiunto anche il riferimento ai martiri: quelli sotto l’altare non sono martiri “carmelitani”, sono Crescente (un ragazzo), Lanziano e sua moglie, martiri romani, ma ci ricordano che molti dei primi fratelli carmelitani, scacciati dal Carmelo dai Mussulmani, preferirono subire il martirio, piuttosto che abbandonare la terra Santa, per testimoniare la loro scelta, la loro vocazione di vivere nella terra di Gesù, Signore della terra Santa).

 

Un solo accenno per descrivere l’imponente  altare Maggiore con  l’Abside: è l’ultimo lavoro che ha completato l’immagine della nostra Basilica, così come la vediamo oggi. Fu portato a termine un secolo dopo i precedenti lavori, intorno al 1750, sotto la guida di Antonio Cavallucci, per le pitture dell’abside.

(Morì prima di aver portato a termine il lavoro,  che fu completato dai suoi collaboratori…). Il grande orafo romano  Francesco Belli realizzò il solenne altare Maggiore, sormontato da un agile tempietto per l’esposizione del SS.mo Sacramento.

Nell’abside (ideata già dal Gagliardi per la sua struttura) troviamo il Padre Eterno benedicente e sotto, accanto a Maria in trono col bambino Gesù, S. Pietro e S. Paolo (una Basilica veramente “romana” con i due Santi Patroni che ci accolgono con le loro statue all’ingresso, nella controfacciata, e li troviamo davanti a noi nell’abside!) e, nel giro sottostante, quattro santi carmelitani: S. Pier Tommaso, S. Teresa d’Avila, S. Maria Maddalena de Pazzi e S. Andrea Corsini.

Completano gli affreschi dell’abside, nella facciata davanti, a sinistra S. Carlo Borromeo (Cardinale Titolare che fece dono del magnifico soffitto, con la sua scritta “Humilitas”, il suo stemma e quello di suo zio, Papa Pio IV – dei Medici di Milano, ma che i Medici di Firenze fecero diventare loro parente, dopo l’elezione al soglio pontificio…- e lo stemma della famiglia carmelitana) e sotto S. Silvestro Papa, santo titolare della nostra Basilica.

A destra ci sono invece, in alto, S. Francesco Saverio (in omaggio al Cardinale Francesco Saverio De Zelata, per la sua munificenza nel completare la chiesa e particolarmente l’abside) e, sotto, S. Martino Vescovo di Tours, in abiti pontificali, l’altro santo titolare della nostra Basilica.

A questo punto penso che possiamo scendere finalmente nella cripta…

Questa cripta, semicircolare, costruita insieme alla basilica del IX secolo per custodire le reliquie dei martiri delle catacombe di Priscilla, aveva due scale laterali, una per scendere, fare il giro della cripta, e una per risalire. Al momento del restauro della basilica per il giubileo del 1650, si presentava nel più completo abbandono: era piena di terra, l’incuria e il tempo avevano fatto sparire anche la cassetta contenente le reliquie dei martiri…

Come abbiamo già accennato, mentre rimuovevano la terra, riscoprirono la cassetta con le reliquie: fu una emozione grandissima! Addirittura il P. Filippini fece interrompere i lavori e, invece delle immagini del Nuovo Testamento, che dovevano riempire tutta la fascia sopra le colonne della navata centrale a sinistra, fece riportare da Paolo Naldini, tutti gli strumenti che furono usati per le uccisioni dei martiri.

Furono chiuse le due scale laterali e fu costruita la grande scala centrale che tutt’oggi immette nella cripta.

Filippo Gagliardi e Paolo Naldini presero in mano il restauro e, ognuno con la sua maestria, la trasformarono in quel capolavoro che oggi si può ammirare.

Filippo Gagliardi (quello delle “prospettive” ricordate?…) aveva un cruccio: anche qui lui vedeva la cripta un po’ schiacciata (come la navata centrale)… non ebbe il coraggio di proporre un abbassamento del pavimento, come poi verrà realizzato per la Basilica,  ma trovò un’altra soluzione tecnica fantastica: moltiplicò le colonne per dare slancio e quindi riequilibrare la prospettiva della cripta: di fatto per sostenere la volta della cripta sarebbero bastate più o meno otto colonne. Bene, lui ne ha sistemate 74!!! (contatele se non ci credete…) tutte di stucco, eccetto le prime due che sorreggono l’urna con le reliquie che sono di marmo, ma in questo modo ha dato uno slancio e una armonia a questa cripta da renderla meravigliosa (una ragazza, sentendo questa mia spiegazione ha commentato: “ecco perché noi ci mettiamo le magliette con le righe verticali, per snellirci…” . Lui già lo sapeva ed ha così snellito questa cripta).

Paolo Naldini non fu da meno: con tutto lo stucco che aveva preparato (prima o poi farò uno studio per vedere quanto stucco c’è voluto per fare le 12 statue della navata, le due strisciate con la Bibbia dei poveri e gli strumenti del martirio, e la decorazione di tutta la cripta…) lasciò il suo segno inconfondibile sul soffitto della cripta realizzando un meraviglioso tessuto di  palme, fiori e simboli del martirio,…

Un’ultima cosa sulla cripta: le reliquie (l’elenco si trova su due lastre di marmo al termine dello scalone, quella di sinistra è originale, quella di destra è opera di un falsario che l’ha voluta “anticare” ) si trovano nel cubo di marmo sopra l’altare, con un grande disco di porfido davanti, mentre di dietro vi è la “fenestrella confessionis” la piccola finestra con grata di ferro che faceva vedere le reliquie e permetteva ai devoti di arrivare a toccare le reliquie con fazzolettini da portare poi a casa per devozione e per gli ammalati, pregando per la loro guarigione. Solo che qui c’è un problema. Abitualmente la “fenestrella confessionis” si trova in basso, davanti all’altare, per cui la gente inginocchiandosi vi poteva accedere comodamente. Qui invece questa “fenestrella” è inaccessibile, perché si trova in alto. La motivazione sta nel fatto che hanno voluto lasciare le reliquie proprio alla stessa altezza di quando furono ritrovate,

Ed eccoci, finalmente all’ingresso del “Titulus Equitii” la domus romana trasformata in chiesa nel IV secolo: ci troviamo al momento del passaggio dal paganesimo al cristianesimo: S. Silvestro, il Papa di Costantino, il Papa della Pace religiosa, era stato presbitero di questo titolo.

Un’ultima precisazione da fare: tra il Titolo e la Basilica attuale del IX secolo, vi era un’altra chiesa costruita da Papa Simmaco nel VI secolo, che fu demolita per costruire quella attuale: di questa Basilica restano 12 delle 24 colonne della chiesa superiore, le tegole (gli embrici, le tegole piatte), con i timbri del Re dei Visigoti Teodorico (in una si legge: Theodorico bono Romae) e alcuni resti sistemati nella stanza B del Titolo: balaustre di marmo, il tabernacolo, la cuspide della sede episcopale, immagini marmoree di palme, una colomba, il buon Pastore…

Papa Simmaco volle dedicarla al Papa S. Silvestro, ma i romani obiettarono che le chiese di Roma erano dedicate tutte e solamente ai Martiri! P. Simmaco, giocò d’astuzia. Disse: “Ma io pensavo a S. Silvestro e a S. Martino di Tours!”. Di fronte a questa proposta i romani si arresero, tanta era già la fama di S. Martino (316-397) per tutta Europa, ed era il primo santo non-martire della chiesa. Per cui la chiesa ancora oggi è dedicata ai primi due Santi non martiri, Silvestro e Martino, anche se poi, scherzo del destino, fu destinata a custodire le reliquie dei martiri delle catacombe di Priscilla…

 

A questo punto possiamo scendere nel Titolo di Equizio, ma qui c’è già la mia breve ma, credo, esaustiva pubblicazione a disposizione per tutti i turisti e i pellegrini… buon proseguimento della visita!

 

  1. Lucio Maria Zappatore, Parroco

Roma, Pasqua 2023

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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